La luce del tardo pomeriggio filtrava attraverso la finestra dello studio della Regina Keina.
Seduta alla scrivania di legno scuro, stava leggendo un rapporto illuminato dalla luce di una Sfera magica Akari.
Continuava a rileggere le prime due righe senza riuscire a concentrarsi. Da giorni i suoi pensieri erano rivolti a un’idea che aveva preso forma lentamente nella sua mente: creare una rete di spie.
Se fosse riuscita a reclutare persone comuni sparse per tutto il regno, avrebbe potuto raccogliere informazioni su ciò che accadeva nelle città e nei villaggi. Commercianti e locandieri rappresentavano una fonte preziosa di informazioni che raccoglievano ascoltando notizie e i racconti dei viaggiatori provenienti da ogni angolo del regno.
Posò il documento sulla scrivania e fissò la porta. Avrebbe potuto inviare i suoi funzionari a reclutare persone disposte a svolgere quel compito.
Stava per chiamare il segretario quando un’altra idea la fece esitare. Se avesse coinvolto anche Re Kan e Re Kazuma, avrebbero potuto creare una rete di spie molto più estesa. Restava da stabilire come raccogliere le informazioni. Forse sarebbe stato necessario incaricare alcuni uomini di recuperarle, esaminarle e selezionare quelle più importanti prima di condividerle con gli altri sovrani.
Si raddrizzò e allungò una mano verso la Sfera magica denwa posta su un supporto di legno. La prese tra le mani e pronunciò il nome del sovrano. «Re Kan Senzaki.»
La sfera si illuminò e Re Kan apparve al suo interno. «Regina Keina, che piacere sentirvi.»
La regina sorrise. Dopo la morte di suo marito, Re Kan era stato il sovrano che le era rimasto più vicino. «Re Kan, vorrei condividere con voi un’idea che mi è venuta in mente.»
Terminata la conversazione, contattò anche Re Kazuma e gli illustrò lo stesso progetto.
Entrambi concordarono che una rete di spie distribuita nei loro territori avrebbe potuto rivelarsi utile, sebbene nessuno dei due fosse pienamente convinto del valore delle informazioni che sarebbero riusciti a raccogliere.
Keina si alzò dalla scrivania e raggiunse il suo segretario. Era giunto il momento di inviare i funzionari nelle città e nei villaggi per iniziare il reclutamento.
Nariaki si era appena svegliato. Sospirò pensando alla giornata che lo attendeva, tra chiacchiere, birra, vino, zuppe e stufati di carne. Si voltò verso la moglie, che dormiva ancora con la bocca leggermente dischiusa.
Il sole stava sorgendo quando si stiracchiò e scese dal letto. Infilò le pantofole e raggiunse la ciotola per sciacquarsi il volto. L’acqua fredda lo ridestò, scacciando il torpore del sonno. Indossò gli abiti da lavoro e lasciò silenziosamente la stanza per non disturbare la moglie.
Scese le scale e raggiunse la porta sul retro. Prese il mazzo di chiavi che portava legato alla cintura e le fece scorrere tra le dita fino a trovare quella giusta. La inserì nella toppa e, con uno scatto metallico, sbloccò la serratura. Uscì all’aperto. L’aria del mattino era ancora frizzante. Si sollevò il bavero e raggiunse le stalle, munse le mukori e raccolse le uova delle garuna, sistemandole in un cestino.
Rientrò nella locanda ancora silenziosa e si diresse in cucina per preparare la colazione per i primi avventori della giornata.
Un bussare deciso alla porta della locanda lo fece sobbalzare.
Uscì dalla cucina. «Siamo ancora chiusi. Passate più tardi.»
Altri due colpi secchi risuonarono contro la porta. Spazientito, Nariaki andò ad aprire. «Siamo…» Le parole gli morirono in gola quando vide un funzionario accompagnato da un soldato. L’uomo lo scostò ed entrò nella locanda senza attendere il suo permesso.
«Non siamo qui per mangiare», disse con voce gelida.
Raggiunse un tavolo, si sedette e fece cenno al locandiere di accomodarsi.
Nariaki rimase immobile a fissarlo, finché una spinta decisa della guardia alle sue spalle non lo costrinse a muoversi. Raggiunse il tavolo e si sedette di fronte al funzionario, osservandolo con gli occhi pieni di timore.
«Sei Nariaki, vero?» chiese l’uomo.
Il locandiere deglutì. «Sì», rispose con voce tremante.
«Sono il funzionario Danju e rappresento la Regina Keina, Re Kan e Re Kazuma.»
Si sporse leggermente in avanti e posò una mano sul braccio del locandiere.
«Nel tuo lavoro ascolti molte informazioni dagli avventori che attraversano Roka, provenienti da tutti i regni. Quelle notizie possono essere importanti e i sovrani che rappresento desiderano conoscerle.»
Nariaki lo guardò con maggiore interesse. Forse quella visita avrebbe potuto fruttargli qualche soldo in più.
Il funzionario proseguì. «Una volta al mese, un nostro incaricato verrà a raccogliere le informazioni che avrai ottenuto. In cambio della tua collaborazione riceverai un Lumin d’oro a ogni visita.»
Nariaki sorrise soddisfatto. Un Lumin d’oro era una fortuna, una somma che non riusciva a guadagnare nemmeno in un mese di lavoro. Sollevò la mano verso Danju, che gliela strinse.
«Accetto con piacere. Annoterò tutte le informazioni interessanti su una pergamena e la consegnerò al vostro incaricato.»
Danju si alzò, scostando rumorosamente la sedia. «Molto bene.» Infilò una mano nella tasca e lasciò cadere sul tavolo un Lumin d’oro. «Nessuno deve sapere di questo accordo. Nessuno, nemmeno tua moglie.»
Alle sue spalle, la guardia accarezzò l’impugnatura della spada che portava sulla schiena. Danju si chinò verso Nariaki, fissandolo negli occhi. «Ricordalo bene. Se scopriremo che ne hai parlato con qualcuno, ti taglieremo la lingua.»
Il locandiere rimase immobile mentre i due uomini lasciavano la locanda, richiudendosi la porta alle spalle.
Roka era un piccolo villaggio situato in una posizione strategica, al confine tra Narashin e Jin, dove transitavano viaggiatori provenienti da entrambi i regni.
La prima spia era stata reclutata.